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DIECI ETTARI IN PIÙ PER IL BAROLO LA CIA CONTESTA RICHIESTA DEL CONSORZIO

Ancora una volta il mondo del vino si ritrova a un bivio: assecondare i favori del mercato incrementando le quantità prodotte o scegliere invece la strada della qualità, contenendo quindi o­gni aumento della produzione?
Una scelta non così immediatamente facile, che l’enologia di casa si è già trovata a dover fare molte volte in passato. Due casi tra i più recenti sono quelli che hanno interessato la Barbera prima e il Moscato più recentemente. Vini che sull’onda di boom di vendite avevano visto i loro produttori investire in nuovi vigneti anche in zone relativamente vocate. Oggi i risultati di quelle scelte sono sotto gli occhi di tutti. Per il grande rosso ci sono stati anni di crisi e di espianti, prima di arrivare a una lenta ripresa.
Per il biondo aromatico l’emergenza è ancora in corso, e al capezzale del grande malato si sono alternati medici con le cure più disparate, ultima in ordine di tempo quella dell’Asti Secco, appena lanciato.
L’attualità ci porta a parlare del “re dei vini”, quel Barolo il cui momento magico ha fatto schizzare letteralmente alle stelle il valore dei vigneti (fino a 2 milioni di euro all’ettaro) e che ora si ritrova improvvisamente allo stretto. Al punto che per il 2018 il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ha già richiesto alla Regione un aumento di superficie di circa 30 ettari: 20 sono quelli consentiti dalla legge sui diritti di reimpian­to, 10 quelli chiesti come surplus.
Un incremento esiguo, secondo il presidente dell’organismo vinicolo, il doglianese Orlando Pecchenino: un misero 1% di una superficie totale che oggi supera di poco i 2.100 ettari.
Un balzo invece troppo grande per la rappresentanza provinciale della Confederazione Italiana Agricoltori (Cia), che esprime perplessità e dissenso, chiedendo alla Regione e allo stesso ente di tutela di rivedere i propri piani.
Come spesso accade in casi come questo, la diatriba ha visto il compattarsi di due fronti. Il primo, che appoggia Pecchenino, annovera tra le propria file quelle piccole cantine che, impossibilitate ad acquistare terreni vitati, vorrebbero riconvertire aree di proprietà, magari coltivate con altre varietà. Stiamo parlando di circa 400 produttori, che hanno richiesto ampliamenti per 127 ettari complessivi.
Il secondo sposa invece le tesi della Cia, comprendendo nei propri ranghi anche diversi affermati produttori storici che ritengono sbagliato ampliare le superfici ammesse. Meglio, molto meglio, sarebbe puntare sulla redditività, privilegiando la qualità e un eventuale taglio delle rese per ettaro, per rendere ancora più ricercato un vino che già oggi non passa di mano per meno di 8 euro al litro.
La battaglia è aperta, ma allo stato attuale è difficile capire chi l’avrà vinta.

Vincenzo Nicolello

Il Corriere di Alba

 


12 DICEMBRE 2017
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